I mercati esistono tutti. Il problema è un altro.
Parto da una telefonata che ricevo, in versioni diverse, almeno una volta al mese. Cambia la voce, cambia la struttura, cambia la destinazione, ma il copione è praticamente identico:
“Armando, io vorrei iniziare a lavorare bene con il mercato degli Emirati Arabi.”
Oppure: “Armando, ci sono questi ospiti americani altospendenti, come li portiamo da noi?”
Oppure ancora: “Armando, il mercato polacco sta crescendo tantissimo, mi piacerebbe intercettarlo.”
E va benissimo. Sono richieste sensate, nascono spesso da una lettura su qualche rivista di settore, da una conversazione a un evento, da un competitor che sembra averli già conquistati, da un report di Booking sui trend del prossimo anno. È sano voler diversificare i mercati di provenienza, è sano voler alzare l’ADR, è sano voler ridurre la dipendenza da uno o due mercati che hanno mostrato qualche crepa.
Poi però la conversazione devia, perché la richiesta in quasi tutti i casi è la stessa: “Come li raggiungo?”
E qui parte una verità che molti consulenti preferiscono non dire ai clienti, perché è più facile vendere una campagna in più che restituire una domanda scomoda. Provo a dirla io.
Il mercato c’è. Tutti i mercati ci sono.
I mercati esistono tutti. Davvero. Non è uno slogan, è una constatazione tecnica.
Se vuoi raggiungere gli ospiti del Golfo, oggi puoi farlo. Se vuoi raggiungere le famiglie polacche con due figli piccoli e un reddito medio-alto, oggi puoi farlo. Se vuoi raggiungere i bleisure traveller americani, le wellness enthusiast tedesche, gli executive svizzeri che cercano un hotel a mezz’ora da Malpensa, i digital nomad portoghesi, gli appassionati di gravel bike francesi: puoi farlo. Tutto.
La cassetta degli attrezzi
In dieci anni la cassetta degli attrezzi del marketing digitale è esplosa, e oggi non è più immaginabile che un pubblico sfugga davvero alla raggiungibilità. Google ti permette di costruire campagne che attingono dai tuoi dati di prima parte (visitatori del sito, clienti del CRM, segmenti comportamentali) e li proiettano su decine di piattaforme e canali, dalla Search alle AI Overviews, da YouTube alle mappe, ottimizzando in tempo reale per la conversione. Demand Gen e AI Max stanno spostando il confine ancora più in là, intercettando l’utente in fase di sogno, prima che la prenotazione diventi un’idea esplicita.
Meta, partendo dai tuoi clienti storici migliori, costruisce in pochi clic pubblici lookalike che ti portano davanti persone con caratteristiche simili in qualsiasi paese del mondo. LinkedIn ti dà una precisione chirurgica sul B2B per il segmento corporate e MICE. TikTok ha smesso da tempo di essere “solo per ragazzi” ed è oggi un motore di scoperta che vale anche per pubblici over 35.
E poi c’è la frontiera più recente: le AI generative. ChatGPT, Gemini, Perplexity, Claude, le AI Overviews di Google, gli assistenti integrati dentro Booking. Sistemi che leggono il web e decidono se proporti come opzione a chi pone una domanda di soggiorno. Qui la guerra non è più per il click ma per la memoria digitale.
Aggiungici micro-influencer iperverticali, community travel su Reddit, PR digitale su testate di settore, e la conclusione è una sola: se hai un budget anche modesto e una persona seria che ti segua, puoi mettere il tuo hotel davanti agli occhi di praticamente qualsiasi pubblico al mondo.
Non esiste più la barriera della raggiungibilità.
La vera domanda, però, è un’altra
Eppure dopo quasi vent’anni che faccio questo mestiere ti dico una cosa che non si stanca mai di essere vera: la stragrande maggioranza degli hotel che mi chiama per “raggiungere il mercato di Dubai” non sopravviverebbe a mezza giornata di domanda di quel cliente.
E non perché non siano hotel validi. Spesso sono strutture serie, gestite bene, con un buon prodotto per il pubblico che già hanno. Il problema è un altro: non sono strutture rilevanti per quel target specifico.
Qui sta il nodo che voglio sciogliere.
Il marketing turistico moderno non ha più un problema di accesso ai mercati. Lo ripeto: gli strumenti per portare il tuo messaggio davanti a chiunque, ovunque, ci sono. Il problema vero, oggi, è che la maggior parte degli hotel non si è mai posta la domanda preliminare a tutto il resto: perché un cliente di quel mercato dovrebbe scegliere proprio me?
E qui le risposte abituali non funzionano più. “L’accoglienza calorosa” non è una risposta. “La vista mare” non è una risposta. “La cucina tipica” non è una risposta. Sono tutti elementi che un cliente premium dà per scontato. Non sono motivi per scegliere, sono prerequisiti. Sono il pavimento, non il valore aggiunto.
La trappola dello strumento
C’è un meccanismo psicologico che vedo ripetersi sempre. L’albergatore legge un report che dice che il mercato X sta crescendo. Decide di posizionarsi. Apre un confronto con un’agenzia e parla di strumenti: campagne nella lingua del mercato, traduzione del sito, una manciata di euro su Google Ads e Meta. L’agenzia, contenta di vendere, conferma. Le campagne partono. Per qualche settimana arrivano impression, qualche click, magari anche qualche richiesta. Poi le richieste calano, le prenotazioni non arrivano, e l’albergatore conclude che “il mercato X non funziona”, oppure “le campagne non vanno”, oppure “Google Ads ha smesso di funzionare” (questa la sento almeno una volta al mese), “l’intelligenza artificiale non parla del mio albergo“.
Quello che non si vede è il vero motivo del fallimento: l’hotel non aveva nessun elemento di valore percepito per quel target. Né nel prodotto, né nel posizionamento, né nella narrazione, né nella distribuzione. Tutto il resto, dal sito tradotto male alle campagne di remarketing impostate senza criterio, è solo conseguenza.
Lo strumento è diventato un alibi. Si è investito sullo strumento perché era più semplice che porsi le domande vere.
Domande del tipo: chi sono i miei ospiti oggi? Non quelli che vorrei avere. Quelli che ho. Se le risposte ti dicono che i tuoi ospiti sono famiglie italiane con bambini piccoli che cercano un budget contenuto, dirgli che da domani vuoi attirare gli HNWI di Dubai non è una strategia: è un cambio di azienda. Perché tutto, dalla camera al ristorante alla SPA al servizio, è stato pensato e calibrato per un altro tipo di persona. E la riprogettazione di tutto questo non passa da una campagna pubblicitaria. Passa da un piano di sviluppo aziendale di tre o cinque anni.
La verità sui mercati premium
I mercati premium hanno aspettative premium. Non più alte: profondamente diverse.
Un ospite “ricco” non valuta il tuo hotel con la stessa griglia con cui lo valuta una famiglia italiana in vacanza. Valuta la velocità della risposta al primo contatto (parliamo di minuti, non di ore), la qualità del concierge che lo accoglie all’arrivo, la presenza di un’offerta gastronomica all’altezza di quello che potrebbe trovare a casa sua (e a casa sua trova ristoranti stellati), la disponibilità di servizi che non si pubblicizzano perché si danno per scontati: transfer privato, butler service, pre-arrivo personalizzato, prenotazioni esterne gestite senza muoversi dallo smartphone.
Gli ospiti che spendono di più sono anche quelli che leggono più recensioni, valutano in modo più analitico, hanno meno tolleranza per gli scivoloni e reti di passaparola estremamente efficaci. Una loro recensione negativa pesa quanto venti positive, perché viaggia in circuiti chiusi e influenti.
Inseguire questi clienti senza avere un prodotto adeguato è la ricetta perfetta per bruciarsi.
E vale lo stesso, ribaltato, per tutti gli altri segmenti. Vuoi attirare i gravel rider tedeschi? Devi avere un locale per lavare e custodire le bici, convenzioni con officine di riparazione, percorsi mappati, colazioni adeguate a chi pedala otto ore, personale che sa parlare di rapporti e di pneumatici. Vuoi attirare il segmento wellness? Devi avere una SPA vera, non due cabine spacciate per centro benessere: protocolli di trattamento, personale qualificato, percorsi termali con un senso, alimentazione coerente, programmi di più giorni.
Non è cattiveria. È product-market fit. È la coerenza tra quello che dici di essere e quello che realmente sei.
Il test dello specchio: cosa raccontano i tuoi dati
Prima di domandarti quale mercato attaccare, fermati e fai un esercizio che non costa nulla e che chiarisce molto.
Apri il tuo PMS o il tuo CRM. Estrai le ultime tre stagioni. Guarda da dove vengono i tuoi clienti, quanto stanno, quanto spendono, quante volte tornano. Costruisci la matrice RFM se non l’hai mai fatta: recency, frequency, monetary value. Scopri chi sono i tuoi top spender, non in base alla camera che hanno preso, ma in base al totale che hanno scaricato sul tuo conto economico contando F&B, SPA, extra, ancillari. Spesso sono persone diverse da quelle che ti aspettavi.
Poi vai sulle recensioni. Booking, Tripadvisor, Google, le piattaforme su cui hai più volume. Filtra per le recensioni a cinque stelle e leggi cosa scrivono. Non quelle generiche di soli complimenti, quelle in cui spiegano nel dettaglio perché hanno apprezzato il tuo hotel. Quelle persone ti stanno dicendo, gratis, il tuo posizionamento reale. Ti stanno dicendo perché ti scelgono. Ti stanno dicendo qual è il tuo valore.
Quasi sempre il valore reale che esprimi sul mercato è diverso da quello che racconti sul tuo sito. Il sito parla di “elegante hotel quattro stelle nel cuore di…”. Le recensioni parlano del tuo cuoco, della tua receptionist che parla cinque lingue, del fatto che hai un parcheggio interno, del fatto che hai accettato di servire la colazione alle 5:30 al cliente che aveva il volo presto. Quello è il tuo valore reale.
Adesso confronta. Coincide con quello che racconti? Coincide con il target che dici di voler raggiungere? Nove volte su dieci no.
Le sei componenti che vengono prima della pubblicità
C’è un framework che uso da sempre nelle mie consulenze e nei corsi che faccio agli albergatori italiani e che riassume bene da dove parte il marketing serio. Sono sei componenti, e l’ordine non è casuale.
Si parte dal brand, che non è il nome né il logo né il claim, ma la promessa che fai al mercato e il tuo modo di stare al mondo come azienda. Si passa ai valori, ovvero cosa rappresenti, cosa difendi e cosa rifiuti, un criterio sempre più esplicito per i segmenti alti, dove sostenibilità, attenzione al territorio e gestione etica del personale sono diventati filtri di scelta. Si arriva al target, chi vuoi servire e, altrettanto importante, chi non vuoi servire: la cassetta degli attrezzi della definizione del target oggi include almeno nove dimensioni (provenienza, età, stato civile, educazione, reddito, passioni, comportamenti d’acquisto, motivazioni di viaggio, valori) e va fatta anche al contrario, perché dire “no” a certi segmenti è il modo più potente per dire “sì” agli altri.
Poi vengono le motivazioni di viaggio (perché chi sceglie te sceglie te), e solo allora si parla di strategia, ovvero del modo in cui combini i tuoi asset per intercettare quel target dandogli una ragione concreta. E solo alla fine si parla di strumenti.
Quando ricevo una telefonata che parte dagli strumenti (per intenderci le classiche richieste “facciamo un po’ di campagne su Google?”, “come si fa ad aprire un profilo TikTok?”, “come faccio ad essere visibile su ChatGPT?”) so già che la conversazione vera deve riportare l’albergatore tre o quattro livelli più indietro. E quasi sempre l’albergatore non ne ha voglia. Perché è scomodo, perché è lento, perché non dà risultati visibili in dieci giorni. Ma è l’unico modo per non bruciare budget.
Lo strumento amplifica. Non crea.
Una campagna ben fatta è un megafono. Se il messaggio è chiaro, differenziante, rivolto a un target che ha effettivamente bisogno del tuo prodotto, e il prodotto regge davvero la promessa, la campagna performa. Se il messaggio è generico, se il target non è realmente interessato, se il prodotto non è coerente con quello che dici, la campagna non sistema niente. Espone più persone alla tua irrilevanza.
Lo stesso vale per la AI. I sistemi generativi del 2026 non leggono più solo parole chiave: leggono coerenza semantica e multimodale. Incrociano testi del sito, foto, schede strutturate, recensioni, citazioni di terzi, presenza nei contenuti generati dagli utenti. Se tutto racconta la stessa storia, e quella storia è coerente con il segmento che vuoi servire, l’AI ti cita. Se sito, immagini e recensioni parlano di tre hotel diversi, l’AI ti ignora e propone qualcun altro. Lo strumento più nuovo che abbiamo a disposizione, esattamente come quelli vecchi, premia la rilevanza, non la presenza.
Questa è la cosa che mi preme di più che tu porti via da questa newsletter: gli strumenti del 2026 sono diventati così avanzati che l’errore di posizionamento si vede subito. Una volta potevi nasconderlo dietro una buona stagione, dietro una destinazione forte, dietro le OTA che ti garantivano una base di occupazione comunque. Oggi sempre meno. Le AI premiano la specializzazione. I clienti più premianti scelgono in base ad aspettative che richiedono un prodotto progettato per loro.
Tre casi interessanti
Hotel sul mare in Sicilia che vuole intercettare l’onda americana post-White Lotus. Quattro stelle vista mare in zona nord Sicilia (non Taormina), 55 camere, clientela storica fatta di famiglie italiane e tedeschi mid-market. Il proprietario vede l’effetto della serie HBO sui numeri di Taormina e dice “siamo in Sicilia anche noi, prendiamoci una fetta”. Verifichiamo. Gli americani luxury che cercano “la Sicilia di White Lotus” si muovono dentro una mappa precisa: Taormina per il cinema, Noto e Ortigia per il barocco vissuto, Palermo per il revival luxury, le Eolie per l’esclusività, Pantelleria per il resort. Cercano location iconica raccontabile, palazzi storici restaurati, terrazze al tramonto, esperienze culturali (Etna, cooking class con la nonna, wine tour). Una costa meno turistica con strutture anni ’80 e ombrelloni in fila non corrisponde a quella mappa narrativa, anche se sta in Sicilia. La conversazione si chiude così: vuoi competere con palazzi storici che hanno fatto investimenti milionari per il riposizionamento luxury, o vuoi diventare il riferimento del tuo segmento naturale, ovvero famiglie italiane premium e tedeschi alto-medio, e destagionalizzare con cicloturismo, archeologia e bleisure mediterraneo che in Sicilia crescono a doppia cifra?
Resort sul lago che vuole il mercato polacco. Quattro stelle superior, 83 camere, classico bacino DACH per il 60% della clientela. Il direttore vede la Polonia crescere come paese di provenienza, propensione di spesa media in aumento, fascia 35-55 in espansione. Qui la storia è diversa. Verifichiamo i fondamentali: il prodotto è compatibile (resort lago, outdoor, gastronomia italiana, raggiungibile in macchina o low-cost), il prezzo è in fascia accessibile per un cliente polacco medio-alto, le motivazioni di viaggio coincidono. Qui ha senso impostare una strategia di apertura del mercato: traduzione del sito, contenuti dedicati, campagne Search e Demand Gen nella lingua, partnership con tour operator specializzati. Funziona perché esiste compatibilità. E mentre lavori sul mercato polacco, l’algoritmo impara dai primi clienti che convertono e amplifica il pubblico simile in modo organico.
Boutique hotel sull’Appennino che vuole “lo straniero”. Dodici camere, posizione bellissima, ristrutturato bene, ADR 220 euro, clientela italiana al 90%. Ma quale straniero? Un boutique così, con quel ristorante e quella posizione, è naturalmente compatibile con tre o quattro segmenti precisi: americani in cerca della “real Italy”, scandinavi appassionati di slow travel, nord-europei in cammino sui tratti appenninici di trekking, coppie senza figli con redditi medio-alti che pianificano con largo anticipo. La strategia non è “lo straniero”. È scegliere uno dei quattro e diventare il riferimento per quel pubblico nella propria area. Specializzarsi, non genericizzarsi. È una scelta difficile, perché implica dire “no” agli altri tre, almeno nella fase di costruzione. Ma è l’unico modo per costruire un brand forte in un mercato saturo.
L’illusione del “tutto per tutti”
C’è un’ultima trappola, ed è la più comune. Quando un albergatore decide di “espandersi”, spesso lo fa volendo aggredire più mercati contemporaneamente. Un po’ di mercato tedesco perché “loro hanno sempre risposto bene”, un po’ di mercato americano “perché spendono”, un po’ di mercato britannico “perché c’è il volo diretto da Manchester”, un po’ di mercato asiatico “perché sta crescendo”.
Il risultato è una comunicazione neutra, generica, che cerca di non scontentare nessuno e quindi non parla davvero a nessuno. Le campagne hanno target troppo larghi, le creatività sono generiche, i messaggi sono troppo banali. L’algoritmo riceve segnali contraddittori e si stabilizza sul minimo comun denominatore. La promessa è la stessa per tutti.
Il paradosso è esattamente questo: più ti apri a tutti i mercati senza una strategia chiara, meno performi su ciascuno di essi.
Le strutture che vedo crescere bene fanno il contrario. Identificano due, massimo tre mercati prioritari per i prossimi 12-18 mesi. Costruiscono per ciascuno una strategia specifica: target, canali, contenuti, partnership, micro-influencer locali. Investono in profondità su pochi assi, prima di allargare. Misurano. Imparano. Espandono.
Specializzarsi non è chiudersi. Specializzarsi è costruire un punto di forza così solido da permetterti poi di muoverti con sicurezza altrove. Ed è anche il modo migliore per essere selezionati dalle AI, che premiano la chiarezza e la coerenza, non l’ambiguità di chi vuole essere tutto per tutti.
Cosa fare, in concreto
Se sei arrivato fin qui, immagino tu voglia anche qualche indicazione operativa. La do volentieri, in ordine.
Prenditi una settimana per fare l’analisi del tuo cliente attuale. Non delegarla, fallala tu. Estrai i dati dal PMS, leggi le recensioni a freddo, ricostruisci la “storia” di almeno una cinquantina degli ospiti top dell’ultimo anno e capisci cosa hanno in comune: provenienza, canale di prenotazione, lead time, durata, spesa oltre la camera.
Identifica la tua USP reale. Non quella che vorresti, quella che hai. Cosa hai di unico, di specifico per un target preciso, che gli altri della tua zona non hanno? Se non riesci a trovarla, è una notizia da cui partire, non un fatto da nascondere. Un hotel senza USP non ha un problema di marketing, ha un problema di progetto. E il marketing non lo sistema, perché il marketing comunica, non costruisce.
Dichiara con onestà se vuoi consolidare il pubblico che già hai o se vuoi spostarti. Sono due strategie diverse. Consolidare significa diventare il primo, riconoscibile, identitario per quel segmento. Spostarsi significa cambiare prodotto, posizionamento, comunicazione, e accettare che ci vorranno anni e investimenti veri. Entrambe sono scelte legittime. Quella che non è legittima è fingere di voler consolidare e poi fare attività disperse, oppure fingere di voler spostarsi senza cambiare nulla del prodotto.
Scegli due, al massimo tre, mercati o segmenti su cui investire nei prossimi mesi. Per ciascuno, definisci motivazione di viaggio prevalente, pacchetti o servizi specifici, narrazione, canali. Non sparare nel mucchio.
Solo a questo punto, costruisci la strategia digitale. Sito coerente, contenuti coerenti, campagne coerenti, recensioni stimolate sui temi coerenti, presenza sui canali frequentati da quel target, dati strutturati che parlino la lingua di quel target. Strumenti potenti, usati con direzione.
I mercati ci sono tutti. Davvero. Gli strumenti per raggiungerli sono più potenti che mai e diventeranno ancora più potenti nei prossimi mesi con l’evoluzione dell’AI e dei sistemi agentici.
Ma il marketing non è una macchina che inserisci un mercato in input e tira fuori prenotazioni in output. È un sistema che amplifica la rilevanza.
La domanda da farti non è “come raggiungo quel mercato?”. Quella è la domanda dello strumento. La domanda da farti è “perché quel mercato dovrebbe scegliere me?”. Quella è la domanda della strategia.
Se hai una risposta solida, il resto è esecuzione e budget. Se non ce l’hai, fermati. Torna indietro. Lavora sul prodotto, sull’identità, sull’USP. Poi torna avanti.
Alla prossima!
Armando Travaglini
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